Alessandra Ioalè

[estratto dal testo curatoriale di Fino alla fine, la personale di Guido Segni a cura di Alessandra Ioalè e Marco Mancuso a Adiacenze di Bologna nel 2019]

«La tecnica, affermava Beuys, deve piegarsi e adattarsi a ciò che interessa l’artista e la creazione artistica sta essenzialmente nel fare. Al giorno d’oggi, le parole “tecnica” e “fare” assumono però nuove sfaccettature, specialmente quando le associamo alla pratica d’arte online. In Guido Segni coincidono da sempre con la programmazione di software e rielaborazione del materiale riversato e archiviato ogni giorno sul web, operando una rilettura critica dei protocolli e dei servizi forniti dalle principali piattaforme social e dai più conosciuti applicativi automatizzati in rete. Quella di Segni è una ricerca artistica segnata da domande sul rapporto tra creazione e temporalità, sull’obsolescenza tecnologica, sul futuro dell’opera d’arte in relazione all’elemento autoriale, alla sua archiviazione e riproduzione, nonché al rapporto con il pubblico che ne fruisce. […] Il concetto di tempo diventa così materia di indagine per l’artista e la sua pratica si sviluppa – soprattutto negli ultimi anni – in una attenta sperimentazione multidisciplinare, nella materializzazione di opere in rete, che diventano tangibili e nella programmazione di algoritmi per l’automazione della creazione artistica online/offline. […] per Guido Segni, liberare il lavoro di creazione artistica dal concetto di tempo, grazie all’automazione algoritmica, significa assicurare un futuro alla propria opera, la quale può perpetuarsi ben oltre la capacità di sopravvivenza fisica dell’artista stesso. Anche se l’incognita dell’obsolescenza tecnica incombe, egli suggerisce un ritorno alla funzione primaria della tecnologia […].»

[estratto dal testo curatoriale del progetto GraffAnthology alla galleria Varsi di Roma nel 2018]

«Il writing è una forma di espressione, che ha assunto i tratti di una vera e propria disciplina, fondando le sue radici nello studio del lettering […] lo stile della lettera, appunto, e […] del getting up sui binari e sui muri urbani. Un game, come la chiamano i suoi protagonisti, a cui si gioca per la conquista della propria città e, perché no, di tutte quelle in cui riescono […] a territorializzare attraverso la propria firma. Sono poche le caratteristiche certe, ma fondamentali […] È spontanea, selvaggia, concreta ed effimera allo stesso tempo, da sempre, motivo per il quale la fotografia, […] assume un ruolo fondamentale, quella di documento. Una firma, che si è moltiplicata, ingrandita, elaborata e complicata nello stile e che poi si è espansa. Prima viaggiando sulle linee dei trasporti pubblici, dopo percorrendo quelle telematiche e digitali dei social networks per diventare oggi un fenomeno di territorializzazione globale, reale e virtuale. Il fenomeno cattura l’attenzione […], dando vita in seguito a riviste autoprodotte dai writer stessi. Un network cartaceo, questo, che ha contribuito in modo determinante alla diffusione del writing nel mondo […] A questo tipo network underground si affiancherà, prima sporadicamente poi sempre in modo più frequente, quello editoriale, che negli ultimi quarant’anni in Italia si è sviluppato intorno al fenomeno. […] Un lavoro di raccolta, sistemazione e organizzazione di questo materiale fotografico in libri o volumi fine art […] in cui le foto e la parola scritta si completano dando luogo a racconti più profondi e coinvolgenti, che restituiscono in modo fedele il contesto culturale e lo spirito in cui il fenomeno nasce e si sviluppa […]. Un dialogo di confronto da cui emergono la grande capacità della fotografia di raccontare un’opera in relazione al suo contesto culturale […] e la capacità del libro di racchiudere tutto questo […] facendo uscire la disciplina dalla strada.»

[estratto dal testo curatoriale di The Twilight Zone, la collettiva con opere di: Francesco Barbieri, Chazme, Andrea Chiesi, Etnik, Marcantonio Lunardi, Luca Lupi, Fabio Pradarelli, Sepe alla Burning Giraffe Gallery di Torino a maggio 2018.]

«[…] Negli ultimi venti anni abbiamo assistito all’arrivo di una nuova ondata di artisti. Ognuno proveniente da contesti e esperienze diversi, scegliendo discipline e mezzi espressivi diversi, dimostrano però una spiccata e comune sensibilità verso la narrazione del paesaggio urbano. […] la città torna ad essere il soggetto perfetto della loro ricerca attraverso il quale riflettere, anche con toni polemici, sulla crisi che negli ultimi venti anni ha investito e corrotto la forma della città e la vita che in essa si conduce. […] Documenti delle periferie desolate che accolgono in sé l’esperienza quotidiana di generazioni emarginate dai “centri di controllo o potere” e manipolate dai meccanismi della società moderna, rispondendo a quel dovere di cronaca del contemporaneo con una qualità e varietà di soluzioni espressive originali, inedite e personali. […] Aree che sembrano ai confini della realtà in cui si produce un ossimoro estetico, attraente e respingente allo stesso tempo, narrato da un folto gruppo di artisti, che contribuiscono alla rinascita del realismo nell’arte, ma soprattutto del genere paesaggistico urbano contemporaneo. […] Guardando in prospettiva, ogni opera posta in relazione con le altre concorre a realizzare un’immagine esaustiva ed esauriente della realtà in cui viviamo, sia a livello estetico che sinestetico. […] Dalla rappresentazione della realtà paesaggistica in termini estetici e documentaristi, alla restituzione in termini espressivi di atmosfere del reale quotidiano, fino alla restituzione critica di stati d’animo partendo dal dato reale urbano del paesaggio. I diversi mezzi adottati e i diversi linguaggi espressivi che ne derivano rappresentano le nuove tendenze non solo in pittura, ma anche nella grafica, in scultura e in fotografia, italiane ed europee, nella relazione continua tra restituzione del momento percettivo e restituzione del veduto nell’immagine riprodotta, tra critica e documentazione, tra espressione e rappresentazione. […]»

[estratto dal testo critico Jesse Jacobs. La teoria delle Maschere Arcobaleno in AA.VV., “Far-Fetched”, monografia, Tabularasa Edizioni 2018]

«[…] il mio sguardo è attratto dai volti dei personaggi principali. Quelli dei ragazzini, più grandi rispetto al resto del corpo e costruiti all’interno di una precisa sagoma, minimale e lineare. Una sagoma diversa per ogni personaggio e funzionale alla successiva costruzione di quella che io definirei “Maschera mimetica”. Una maschera, che non trasforma l’identità umana, ma solo l’estetica per mimetizzare l’uomo e renderlo adatto all’ambiente alieno. […] Tutto un altro procedimento compositivo, invece, per la caratterizzazione di quelli che l’autore chiama “Esseri Spirituali” dell’altra dimensione. Infatti, la loro fisionomia è data dalla ripetizione del modulo arcobaleno. Per mezzo di questo tipo di composizione, i volti assumono la forma di quella che io definirei invece “Maschera arcobaleno”, ricordando esteticamente quelle precolombiane, ma che non ha niente a che fare con esse, sia dal punto di vista concettuale che di funzione, in quanto la “maschera”, in questo caso, è il volto stesso dello Spirito alieno. Ci troviamo così davanti a due diverse teorie di “maschere”, che nella storia disegnata acquisiscono una certa autonomia estetica, tanto da essere facilmente estrapolabili dal resto del contesto e diventare icone del contesto stesso. Di una soltanto viene però sviluppata, in alcune pagine del libro, una completa ed organica iconografia, quella delle Maschere arcobaleno. Da qui alla sua traduzione nella terza dimensione il passo è stato breve e naturale conquistando anche l’autorità di oggetto scultoreo.»

[estratto dal testo curatoriale di “Segni Leggeri”, la bi-personale di Guido Segni e Luca Leggero alla BAG Gallery di Parma nel 2017]

«[…] la net artistic route tracciata da due giovani artisti italiani di accento internazionale, che hanno fatto del web il loro territorio di ricerca, Guido Segni e Luca Leggero. Non prendendosi mai troppo sul serio e con grande senso ironico, i due artisti si addentrano nell’analisi di quei fenomeni di ultima generazione prodotti dall’arrivo di Internet, che ha influenzato usi e costumi della società contemporanea. Guido Segni, col tipico atteggiamento dell’hacker che si approccia però concettualmente alle tecnologie, volge il suo occhio attento all’(ab)uso quotidiano della rete; Luca Leggero, con la sensibilità del musicista e dell’artista multimediale, guarda invece alla storia dell’arte del secolo scorso nel suo nuovo rapporto col web e le nuove tecnologie. Entrambi propongono una (re)visione personale, insolita, alternativa delle due diverse tematiche nelle loro traiettorie di ricerca, che si incontrano per la prima volta nel 2013, quando la loro riflessione si concentra sul concetto di caducità in Internet, portando i due amici e colleghi ad operarne una personale declinazione. Nel percorso espositivo vediamo le loro ricerche proseguire in parallelo e guardarsi vicendevolmente, facendo emergere punti di contatto e nuovi spunti di riflessione complementari.»

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