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Nella storia delle mie idee questa è la peggiore.
È lo spillo che mi serve per bucare tutto quello che è soltanto un palloncino, appena gonfiato, e anche male. Una critica auto-prodotta e quindi auto-soddisfacente. Sorda direi, ma chi se ne frega.
ALL WORK AND NO PLAY MAKES JACK A DULL BOY
ALL WORK AND NO PLAY MAKES JACK A DULL BOY
ALL WORK AND NO PLAY MAKES JACK A DULL BOY
ALL WORK AND NO PLAY MAKES JACK A DULL BOY [1]
ALL PLAY AND NO WORK MAKES JACK A MERE TOY [2]
Partiamo da qui.
Tutto quello che so piano piano cresce da solo, tutto quello che non so, lo coltivo.
Terriccio universale - nozione di cultura. Okay?
Nel nostro caso nozione di cultura come complesso di fenomeni sociali; perché uno non può sempre stare lì a studiare e a lavorare, bisogna anche vivere. Ecco, ora non possiamo andare avanti se non parliamo di invariante culturale. Perché ogni fenomeno sociale si sviluppa a partire da lì. Un po’ come per i meme di internet. Cioè, prendiamo la coffin dance [3] per esempio: sette pallbearers ghanesi, dei becchini ballerini, non saprei come definirli altrimenti, trasportano una bara a ritmo di Astronomia di Tony Igy. Presagio di morte, sì, perché finita la danza tutto va nel peggiore dei modi possibili e qualcuno, se va bene, si fa solo molto male. Meme of the month di marzo 2020: un bello schiaffone alla pandemia mondiale dilagante e agli studi postcoloniali degli ultimi settant'anni. Viene anche postato a maggio sulla sua pagina Facebook ufficiale di Trump per sfottere Biden che aveva in effetti appena detto una minchiata [4]. Bene, tutta questa dinamica ci spiega che cos’è l’invariante culturale: il fatto che una persona prenda un artefatto X e lo utilizzi per dire X1. Ecco nel nostro caso X è la festa e i suoi palloncini.
La nozione di gioco come costante dei comportamenti culturali affascina perché è oltraggiosa, ha tutta l’aria di quello che spiegherei a mio padre, il pooper senior, come uno pseudo-concetto, e che lui chiamerebbe meta-pensare. Il meta-pensare precede il meta-fare di chi, sempre per lui, non ha voglia di fare niente. Ma, lucky me, ho le orecchie lunghe quindi le cose le sento sempre un po’ in ritardo e ormai meta-penso ad altro.
Comunque, torniamo a meditare.
Il gioco diventa il modo di mascherare e digerire le asprezze della vita, di reagire al presente. La festa è la forma culturale che assume il mondo di fronte alla pressione e alla mistificazione ideologica di chi vi partecipa, di chi è invitato, e che proietta in un ideale la perfezione che si rinuncia sempre a realizzare nel concreto.

La verità è che ho letto Homo ludens [5] e che purtroppo non riesco più a fare festa da un po’.
Ad ogni modo la relazione fra cultura e gioco è da ricercarsi soprattutto nelle forme superiori del gioco sociale, là dove esiste l’azione ordinata di una comunità. La cultura è gioco nel senso in cui lo è il rituale di un campionato internazionale di poker, coi tempi di gioco fissati, l’orologio a disposizione dei giocatori, la tensione agonistica, il desiderio di vittoria, la foto del vincitore in tv e il premio in denaro.
Si può giocare perché esistono i giochi oppure i giochi esistono per far giocare?
Forse i giochi si giocano da soli, sono il presupposto stesso del rapporto sociale, una funzione biologica, la sosta in autogrill quando ti scappa forte, la maglietta con su scritto EAT SLEEP FORTNITE REPEAT. Se chiamiamo spirituale questo principio che dà al gioco la sua essenza magari diciamo troppo, se lo chiamiamo istinto non diciamo nulla, parliamo allora piuttosto di un’intenzione, un “vorrei e allora posso”.
Il gusto del just for fun.
Prima di andare oltre - perché fin qui sembra quasi che le feste mi piacciano e i giochi pure, e sinceramente non vorrei passasse il messaggio sbagliato, visto che il problema per me sono soprattutto i giocatori/gli invitati - riassumiamo con un esempio: Buffalo Bill.
Vorrei deliziarvi con un regolamento western feroce e spietato, ma no; le regole sono queste: seduti a un tavolo ogni partecipante pronuncia il nome del cacciatore/star statunitense senza però mostrare i propri denti, cioè coprendoli con le labbra. Si va avanti così finché qualcuno non dice yee hawww. Il gioco non migliora, si inverte solo il senso del giro. Perde chi ride e chi ride deve bere.
Tutto ciò, non solo per dimostrare il sadismo imperante di alcune serate estive, ma soprattutto che il gioco è un atto libero, non è la vita vera, ordinaria, è allontanarsi da essa per entrare in una sfera temporanea di attività con finalità del tutto proprie, ha un carattere disinteressato, è indispensabile alla collettività per il valore espressivo che produce, per i legami sociali che crea. Si isola in luogo e durata, comincia e a un certo momento è finito, ma nasconde talvolta una possibilità di ripresa. È ordine.
Le regole del gioco sono serie, fatali, cruente. Non appena si trasgrediscono il mondo del gioco crolla. Si torna alla vita normale. Il giocatore che le infrange è un guastafeste. Il guastafeste non è il baro che finge di giocare pulito, continuando a chiudere il cerchio magico del gioco. I partecipanti perdonano al baro la sua colpa più facilmente. Il guastafeste invece svela la fragilità di quel mondo in cui ci si era provvisoriamente rinchiusi, minacciando l’esistenza stessa di tutta la comunità giocante, che non si domanda se questo diventi un rinnegato perché osa o perché gli manca invece il consenso paterno, o la prima come conseguenza della seconda. La comunità confonde il “non avere il permesso” e lo chiama un “non osare”. Il problema dell’ubbidienza e della coscienza talvolta non va oltre il timore del castigo. All work and no play make all the Jacks in the room dull boys. Il guastafeste infrange un mondo magico perciò deve essere eliminato.
Anche nel mondo della grave serietà i bari hanno sempre incontrato più empatia dei guastafeste, degli apostati, degli eretici, degli anarchici. A meno che, e ciò accade spesso per fortuna, i guastafeste non creino a loro volta una nuova comunità con una nuova regola, profondamente ludica. La comunità che gioca ha una tendenza generale a farsi duratura, anche dopo che il gioco è finito, perché la sensazione di trovarsi insieme in una situazione eccezionale, di partecipare ad una cosa importante, di segregarsi insieme ad altri e sottrarsi alle norme generali, estende il suo fascino oltre la durata del solo gioco, della festa di una sera.
Una bella festa, una volta finita, non finisce nel suo effetto; si irradia nel mondo ordinario situato al di là, e origina sicurezza e benessere per il gruppo che la celebrava, fino a che la sacra occasione non si presenti di nuovo.

GOOD BLESS ME EVERY SATURDAY NIGHT.

Si gioca con sacrosanta serietà e il carattere ludico può essere inerente alle azioni più elevate. Il giocatore può arrendersi al gioco con tutto sé stesso. Il rito sacro è celebrato entro i termini della festa che ha un carattere di indipendenza primaria: è una cosa a sé, che non si confonde con null’altro al mondo. Nella coscienza di: “fare solo un po’ così, per gioco”.
THE SECRET TO PARTYING IS TO DESERVE IT.
Quando Alessandro Magno tagliò il nodo gordiano [6] si comportò da vero guastafeste ma risolse un problema. Sapete qual è la differenza tra saggio di abilità tecnica e indovinello? Un buon indovinello ha la sua soluzione in un inaspettato e sorprendente contatto della mente, mentre il saggio tecnico ha solo di rado una soluzione lampante, e di rado purtroppo si perde nell’assurdo. Chi sale in cielo senza ali e senza scale?
Oggi la verità si fa gioco. La mancanza del senso dell’umorismo, il riscaldarsi per una parola di negazione o di consenso, il pronto sospetto di cattiveria negli altri, e l’intolleranza verso ogni altra opinione, l’esagerare in forma smisurata nella lode o nell’infamia, la ricettività per ogni illusione che lusinghi l’amor proprio o la coscienza professionale: un gioco da ragazzi.
Il gioco però può venire a noia quando non si sa a cosa giocare o quando si è l’unico giocatore.
Anche se è essenziale l’aspirazione a superare gli altri, a essere i primi, a essere onorati; il gioco ha una sua posta, un premio, nel senso di premium, cioè uno scambio di valori.
NICE GUYS FINISH FIRST [7].
Ora, normalmente si dice che i buoni arrivino ultimi, specialmente in ambito agonistico. Ma, se i buoni sono dei guastafeste che incontrano altri della loro specie, allora sì che arrivano per primi al traguardo.
Nell’analisi dei comportamenti cooperativi nelle strategie di gioco la bontà muore di una morte darwiniana. L’esempio questa volta è quello di una partita di calcio del ‘77 della prima divisione inglese. Bristol vs Coventry City. Il segreto è che la partita era iniziata con cinque minuti di ritardo.
A pochi minuti dalla fine, quando le squadre si trovavano in una condizione di parità assoluta, arrivò sul campo la notizia che il Sounderland, contro cui la squadra vincitrice di quella stessa partita avrebbe dovuto giocare al prossimo girone, aveva appena perso. Era fuori. Le due squadre allora decisero non più di combattere, ma di cooperare.
Una cosa simile, anche se molto raramente, accade nel gioco chiamato il dilemma del prigioniero. I due sfidanti possono giocare la carta della cooperazione o della defezione, guadagnando o perdendo punti a seconda della scelta. Ovviamente c’è un banchiere che aggiudica e paga le vincite ai due giocatori e la vincita dipende non soltanto dalla carta che uno ha giocato, ma anche dalla carta che giocherà l’avversario.

Per semplificare supponiamo che C=cooperazione e D=defezione, allora:
se entrambi i giocatori giocano C, CC diventano 300🎈a testa;
se entrambi i giocatori giocano D, DD ognuno paga 100🎈al banchiere;
se il primo gioca C e il secondo gioca D, CD, il primo resta a secco, il secondo guadagna 500🎈;
vice versa, DC, il primo guadagna 500🎈, il secondo nada.
La tentazione alla defezione deve essere migliore della ricompensa per la cooperazione reciproca, che deve essere migliore della multa per la defezione reciproca, che deve essere migliore della multa all’ingenuo. Sulla partita singola vince sempre la defezione, tuttavia le statistiche dimostrarono che a lungo andare, o meglio, quando il gioco viene reiterato per più di una partita e non si conosce l’esatto numero di turni che verranno giocati, la strategia vincente è di fatto quella meno ingegnosa di tutte: il “pan per focaccia”, Tit for Tat se vogliamo essere più esotici.
Si tratta di una strategia buona, gentile: inizia con la cooperazione e poi copia le mosse del suo avversario. La gentilezza iniziale e la successiva propensione al perdono sono le condizioni necessarie affinché una relazione sia stabile, la stessa cosa vale per il gioco, e per le belle feste aggiungerei.
Le nostre rubriche del cervello si sono evolute per farci sentire arrabbiati se ci rendiamo conto che qualcuno ci ha imbrogliati e colpevoli quando sappiamo di aver barato? Non essere invidiosi significa essere contenti se l’altro giocatore vince quanto noi, purché entrambi vinciamo più del banchiere!

YES, SEX IS GREAT AND ALL, BUT HAVE YOU EVER FUCKED THE SYSTEM?

Nell’ambito della Teoria dei giochi [8] generalmente si distingue tra quelli a somma zero e a somma non zero. Un gioco a somma zero è quello per cui la vincita di un giocatore equivale alla perdita per l’altro. Gli scacchi sono a somma zero. Il dilemma del prigioniero, invece è un gioco non a somma zero: c’è un banchiere che paga ed è possibile per i giocatori allearsi contro di lui.
Tutto ciò cosa ci può dire degli altri giochi della vita umana? Quali sono a somma zero e quali a somma non zero? E - perché non è la stessa cosa - quali aspetti della vita umana percepiamo come a somma zero o non zero? Quali suscitano invidia e quali cooperazione contro il sistema? Ecco perché la cooperazione e l’assistenza reciproca possono fiorire anche in un mondo ingrato.
Ecco in che senso i buoni possono arrivare per primi.
LIVE AND LET WIN.
Nessuno sosterrebbe mai che un gioco, una festa, un virus siano degli strateghi consci. La fortuna può girare. Chi non la pensa così a questo gioco non può giocare e alla mia festa non è invitato! In Resurrezione (1899) di Toslstoj, uno dei giudici entrando nella sala delle udienze piena, pensa: se faccio un numero pari di passi fino alla mia sedia, oggi non avrò mal di stomaco.
STEP ON A CRACK, YOU’LL BREAK YOUR MOTHER’S BACK [9].
Il mondo stesso è pensato come una partita a dadi che Siva gioca con la moglie. Tutte queste competizioni, anche quelle con noi stessi, appartengono con ogni particolarità al dominio del gioco, anche lì dove il loro aspetto assume le caratteristiche di una lotta titanica e mortale.
A KILLJOY MANIFESTO [10].
Un manifesto guastafeste che riveli la violenza di un ordine dato, che esiste, di un gioco a cui ho partecipato e a cui adesso non voglio più giocare. Denunciare la violenza a volte significa uccidere, un gioco, una festa, la gioia, non c’è molta differenza in fondo.
C’è una sequenza in Assassin’s Creed II (2009) che s’intitola ‘Crash a party’. Si tratta della rappresentazione virtuale di una delle memorie genetiche di Ezio Auditore da Firenze - nobile fiorentino, e uno dei più grandi Mentori della confraternita italiana degli Assassini, ovviamente l’alter ego del protagonista del videogioco - rivissuta da Desmond Miles - il vero protagonista, ex barista e, a sua insaputa, il discendente di una lunga dinastia di Assassini, rapito e rinchiuso nei laboratori dell’Abstergo Industries, una multinazionale farmaceutica, e costretto a rivivere in una macchina chiamata Animus i ricordi di alcuni suoi antenati. Lorenzo de' Medici incarica Ezio Auditore di assassinare uno dei cugini di Francesco de' Pazzi durante una festa a Venezia. Ezio assassina l'uomo, completando il contratto.
Scacco matto.
Il gioco, la politica, il femminismo sono prassi. Si fanno.
All’inizio del film Spring Breakers (2012) di Harmony Korine, Candy cerca di convincere Brit e Cottie a rapinare un fast food per potersi concedere finalmente la vacanza tanto sognata, con frasi del tipo “Just fucking pretend like it’s a video game”, “Act like you’re in a movie or something”.
E in un attimo eccole là, passamontagna nero, a mitra spianati in una spiaggia in Florida che cantano Everytime (2003) di Britney prima di fare qualche piccola rapina, così solo per gioco.

🔉🔊🔊
“And every time I see
You in my dreams
I see your face
It's haunting me
I guess I need you baby”
…

Ora, senza scomodare Deleuze, le lezioni a Paris 8 Vincennes-Saint-Denis e la visagéité, di questo si tratta. Della costruzione di un’identità, la mia e quella di tutti, che ha le sue basi nella dimensione animale, un costrutto culturale. Il viso che organizza la carne, che organizza il nostro aspetto in funzione del contesto sociale che abitiamo, che viviamo, che giochiamo. L’alter ego e io siamo corpi dispotici. Stato eccettuativo, misteriosità, segreto: il travestito gioca un altro essere, è un altro essere. Commozione estetica mista di bellezza e orrore, che suscita rapporti sociali che facilmente si circondano di mistero o accentuano mediante il travestimento la loro diversità dal mondo solito. Accompagnati da un senso di tensione e di gioia e dalla consapevolezza di essere diversi dalla vita ordinaria e per questo invincibili.
BEING SELF POSSESSED.
Il valore di una parola nel linguaggio è determinato dal termine che ne esprime il contrario. Adesso, nel nostro caso le possibilità sono 3: giorno feriale/giorno lavorativo, noia, e poi c’è anche quella particolare accezione figurativa del “conciare per le feste”, “fare la festa” a qualcuno.
Per semplicità e per tornare al nostro Jack dell’inizio prendiamo la seconda opzione.
Come si vive una vita non noiosa?
Non si tratta di vivere una buona vita, di felicità o infelicità, ce lo insegnano le killjoys, spesso bisogna essere disposti a essere infelici e soprattutto a causare infelicità agli altri. A sostenere chi come noi causa infelicità, se necessaria, e fare gruppo, comunità.
Un grumo. Quello di Amelia Rosselli, di My Clothes to the Wind in Primi scritti (1980).
Si può essere felici di incontrare altri guastafeste, si può essere felici di guastare le feste tutti insieme, quando ci raccontiamo di tutte le volte al giorno in cui alziamo gli occhi al cielo.
Eccola là, l’espressione preferita dei party poopers. Risposta passivo-aggressiva a una situazione spiacevole. Manifestazione di dissenso che serve per congedare l’avversario senza contatto fisico. Il gesto mostra all'altra parte che quello che sta facendo in quel preciso istante è così indesiderabile che non vale nemmeno la pena guardarlo.
Nel 2010, i membri del consiglio comunale di Elmhurst, Illinois, hanno proposto una legge che vietava di alzare gli occhi al cielo [11]. Nel 2018, l’eye-rolling di una giornalista cinese è diventato notizia internazionale. Meme. Lian Ziangyi, esasperata dall'eccessiva ossequiosità di una collega nei confronti di un funzionario governativo, ha alzato gli occhi al cielo e di conseguenza è stata censurata [12].
Tutto vero.
I guastafeste alzano gli occhi al cielo tutti i giorni è così che si riconoscono l’uno con l’altro, punto e basta.

I WISH U ALL A BEAUTIFUL DAY FILLED WITH EYE-ROLLINGS, COMPETITIONS AND LOTS OF PRIZES FOR YOUR FURTHER SEARCHES.

B     R
ES    EGA
T     RDS

mr     P     P
       AR    OO
       TY    PER
            ðŸ–•ðŸ°ðŸ–•

NOTES

[1] Si tratta di un proverbio inglese la cui morale è che non staccandosi mai dal lavoro per dedicarsi al gioco si tende a diventare persone o annoiate o noiose…
[2] Maria Edgeworth, romanziera irlandese sconosciuta ai più, in un libro per bambini del 1825 ha aggiunto questa seconda parte al proverbio. Un’altra modifica è stata fatta da Lorde nella sua canzone Still Sane del 2013 nella seconda strofa. Tra le due c’è stato poi Joyce che cita l’espressione nel capitolo Arabia di Dubliners (1914), e Kubrick che in una sequenza di Shining (1980) fa apparire la frase ripetuta all’infinito in un dattiloscritto. Jack Nicholson a.k.a. Jack Torrance è Bart Simpson alla lavagna. Nell'episodio de I Simpson La paura fa novanta - V del ‘94 la frase viene cambiata in “No TV and no beer make Homer go crazy”. Coincidenze ¯\_(ツ)_/¯
[3] LINK 💃 ⚰ 🕺
[4] LINK -.-“
[5] Libro S-U-P-E-R di Johan Huizinga, storico e soprattutto linguista olandese. Pubblicato nel ’38, nel testo, una volta identificati i caratteri del gioco, si arriva all’assunzione che questi ultimi corrispondano a quelli della cultura e che quindi la cultura sin dall’antichità si manifesti come gioco. Basta con le manie di protagonismo apocalittiche, oggi alimentate da malattie infettive dell’apparato respiratorio, la modernità non è una degenerazione ludica della cultura: il gioco è la base delle culture classiche e semmai siamo noi che non le sappiamo più organizzare le feste, quelle belle. Huizinga influenzerà con il suo libro, a più di vent'anni dalla sua uscita diversi movimenti artistici e culturali, ovviamente tra questi c’era il »-(¯`v´¯)-> situazionismo <-(¯`v´¯)-«
[6] L'aneddoto risale già all’VIII secolo a.C. periodo in cui il popolo dei Frigi stava costituendo un proprio stato nell'entroterra dell’Anatolia, ma non era ancora stato eletto un re. L'oracolo di Telmisso predisse che il primo uomo che fosse entrato in quella nuova città su un carro trainato da buoi sarebbe diventato re. Il primo a entrare fu un misero contadino di nome Gordio che, in conformità a quanto detto dall’oracolo, fu nominato re e la cittadina prese il suo nome. Il carro divenne sacro e fu legato permanentemente a un palo con un intricato nodo, rimanendo così il saldo simbolo del potere regale e politico dei successivi re di Frigia. Ben saldo, fino a quando non arrivò Alessandro Magno nel IV secolo a.C. La profezia oracolare volle che chi fosse stato in grado di sciogliere quel nodo sarebbe diventato imperatore dell’Asia minore. Alessandro usò la spada: semplice, rapido, efficace. Con il tempo, l'espressione ha assunto, in varie lingue, una valenza metaforica, andando a indicare un problema di intricatissima soluzione, che si presta a essere risolto, alla maniera di Alessandro: con un brutale taglio. ⚔
[7] Nice guys finish first è sia il titolo del dodicesimo capitolo del libro Il gene egosita (1976) di Richard Dawkins, la bibbia dei memers o di chi semplicemente vuole trovare la risposta alle domande chi siamo? da dove veniamo? e dove andiamo?, che una puntata del 1986 del programma televisivo della BBC Horizon, di genere documentario. L’episodio, di 45 minuti circa è stato girato per smentire il fraintendimento successivo alla pubblicazione del libro di Dawkins, che era stato caricato di valenze politiche e simboliche a causa delle contemporanee elezioni di Margaret Thatcher. Assolutamente da vedere! 👉 LINK
[8] Si tratta di una disciplina matematica che studia le decisioni individuali di un soggetto in situazioni di conflitto o interazione strategica con altri soggetti rivali, finalizzate al massimo guadagno di ciascun partecipante. In tali situazioni le decisioni di uno possono influire sui risultati conseguibili dall'altro e viceversa secondo un meccanismo di retroazione, ricercandone soluzioni competitive e/o cooperative tramite dei modelli. Uno dei più famosi studiosi a essersi occupato della Teoria dei giochi è il matematico John Forbes Nash jr., premio Nobel per l’economia del ’94, al quale è stato dedicato il film premio Oscar del 2001 di Ron Howard A Beautiful Mind. Da non vedere, assolutamente!
[9] Le crepe nella terra, nei muri o tra muri e porte, nei marciapiedi o nei pavimenti indicano spesso fessure nei confini metafisici tra questo e qualche altro mondo, spesso nefasto. È usanza credere che calpestare o stare in piedi sulle crepe porti sfortuna, per sé stessi o per estensione per un membro della propria famiglia. Step on a crack, you’ll break your mother’s back; / Step on a line, you’ll break your father’s spine. / Step in a ditch, your mother’s nose will itch; / Step in the dirt you’ll tear your father’s shirt. 😱
[10] Da far leggere ai propri figli nella malaugurata ipotesi in cui si decidesse di farne. L’autrice è Sara Ahmed e il testo rappresenta la conclusione n°2 del libro Living a Feminist life del 2017.
[11] LINK
[12] LINK 🙄